Questa, di storia, racconta di quattro generazioni di Calitro, ed è iscritta nella silhouette di una bottiglia di Negroamaro, o di Primitivo.

Di certo piacerebbe al colonnello Aureliano Buendia anche se non parla di militari né di rivoluzioni.

Parla invece di terra, di vino, e architetture temporanee che illuminano le feste di paese.

E certamente parla d’amore e di sangue.
Non la tireremo per le lunghe.
Ma per ascoltarla davvero bisogna mettersi seduti, prestare orecchio e magari sorseggiare lenti un bicchiere del nostro rosso, di modo che possa svelarsi fino in fondo.

Fra dilemmi onomastici e faccende terragne è trascorso il tempo e si sono avvicendate le generazioni, passandosi il testimone nella cura dei campi e della vite.

Da Egidio a Francesco detto Ciccillo (bisogna farsene una ragione: è il secondo battesimo, quello della comunità, che decide), e da questi al figlio Egidio che naturalmente ha dato al primogenito il nome del padre. “Mi portava con lui in campagna, mi faceva assaggiare un frutto diverso ogni volta, uno nuovo ad ogni stagione.
Come la mela cotogna, diversa da tutte le altre, anche se probabilmente non l’avrei trovata al supermercato”.

Francesco Calitro jr che trascorreva le sue estati e i pomeriggi liberi da compiti e quaderni fra nonni, terra e feste patronali. Quelle erano affare del nonno materno, Nicola, devoto di Santo Giuseppe patrono di San Marzano.

Che metteva sottosopra tutto il paese per tirare su trame di luminarie alte fino al cielo e fuochi pirotecnici che incantavano questo e l’altro mondo.

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